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Per gli Scribi tutti i 613 comandamenti avevano lo stesso valore, la stessa dignità e la stessa forza d’obbligazione perché tutti venivano da Dio e da Mosè. Ciò nonostante si faceva distinzione tra precetti gravi e leggeri, in quanto alcuni esigevano un impegno maggiore, altri minore. Quindi la domanda posta dai dottori della legge è legittima, posta con serietà, come forse se la ponevano nei loro circoli culturali.

Il brano è riportato da tutti e tre i sinottici, ma non allo stesso modo. In Luca 10,25-28 dove il passo serve da introduzione alla parabola del buon samaritano, è un dottore della legge ad enunciare il comandamento e Gesù si limita a dire:”Fa questo e vivrai”. In Marco il brano si trova in un contesto simile a quello di Matteo, ma privo del suo carattere polemico (12,28-34). In Matteo la polemica è violenta e Gesù proclama il comandamento dell’amore a coloro che lo odiano: sono venuti infatti per tendergli un tranello. La maniera poi in cui Gesù presenta i due comandamenti è tale che il secondo sembra la spiegazione del primo. Esso infatti è l’unica modalità che il cristiano ha a sua disposizione per testimoniare al mondo sull’esempio di Cristo, l’amore di Dio. Così è possibile affermare che nell’amore del prossimo si compie la legge.

Non  è inconsueta né la prima risposta col solo comandamento dell’amore di Dio, né la seconda con il solo comandamento dell’amore del prossimo: inconsueto è il loro accostamento e la loro equiparazione. I due comandamenti  nell’Antico Testamento stanno in due luoghi diversi e il comandamento del prossimo è quasi nascosto:”Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il prossimo tuo come te stesso. Io sono il Signore”(Lev. 19,18) Il comandamento dell’amore di Dio è scritto in un testo più significativo, quale risposta amorosa del popolo che Dio ha scelto fra tutti ed ha guidato nella terra dei padri:” Ascolta Israele: il Signore, nostro Dio è l’unico Signore. Tu dunque amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutte le tue forze. E questi precetti che oggi ti do, devono starti nel cuore, li inculcherai ai tuoi figli e ne parlerai quando starai seduto in casa tua e quando andrai per via”(Deut 6,4-7). Tutto ciò viene rafforzato anche da una formulazione quasi teologica:”Da questi due comandamenti dipendono tutta la legge e i profeti”.  Questa espressione vuol indicare la volontà vivente di Dio quale è contenuta in tutta la Scrittura.

Domanda: si possono adempiere le tante  volontà di Dio (613 precetti) eseguendone solo una? Queste parole di Gesù lo affermano stabilendo ciò come una nuova legge. Nel duplice precetto dell’amore di Dio e del prossimo sono contenuti tutti gli altri precetti. Qui non si dice solo  qual è il comandamento più grande, ma anche che in esso sono inclusi tutti gli altri. Quale liberazione per l’uomo! Egli non deve stare in ansia per l’osservanza di 248 precetti e 365 proibizioni, ma basta che ne osservi  due.

Il testo è chiaramente un inno all’amore totale, personale, esclusivo per Dio, è il canto della fede pura e dell’abbandono fiducioso di tutto l’essere al Signore. E’ un inno al primato assoluto di Dio. Gesù a questo amore ne associa un altro parallelo, e alla fine parla di un unico comandamento al singolare. Il cuore della Legge divina non sta in un atto particolare, in una osservanza, in una preghiera, bensì in un atteggiamento radicale e permanente.

Presentando come precetto capitale l’amore, Gesù vuole offrirci una prospettiva di fondo permanente con cui vivere tutti i comandamenti della Legge. Egli non vuole suggerire scale di valore ma portare l’uomo alla radice e all’essenza di ogni esperienza religiosa e morale. Il primo comandamento è a dimensione verticale, il secondo si dilata a livello orizzontale. “Ascolta” nel senso biblico (Shemà Israel) è un invito ad una adesione gioiosa, di obbedienza filiale, di ascolto entusiasta alla richiesta fondamentale di Dio, quella dell’amore. Un amore che coinvolge tutto l’essere, cuore –mente- forza. Al cuore-mente-forza attraversati dall’amore di Dio corrisponde ora  il tutto “te stesso” dell’amore del prossimo.

Non si può dunque pensare che l’entrata di Dio in una coscienza provochi l’esclusione dell’uomo:”Dio quando si rivela  personalmente, lo fa servendosi delle categorie dell’uomo. Così egli si rivela Padre, Figlio e Spirito di amore. E si rivela supremamente nella umanità di Cristo. Per questo non è ardito affermare che bisogna conoscere l’uomo per conoscere Dio; bisogna amare  l’uomo per amare Dio”.

Il cristiano può allontanarsi momentaneamente dagli uomini, per pregare, per non pensare che a Dio. Può fare un’ora di meditazione senza ritrovare, espressamente, nella contemplazione di un mistero divino, il pensiero dei bisogni degli uomini. Questo anzi diventa in certi momenti una necessità. Ma l’allontanamento dagli uomini è sempre e solo provvisorio. Un grande filosofo Paul Rcoeur scrive:” La mia vita interiore è la sorgente delle mie relazioni esteriori. All’opposto delle sapienze meditative e contemplative della fine del paganesimo greco o dell’Oriente al di là dell’Indo, la predicazione cristiana non ha mai opposto l’essere al fare, l’interiore all’esteriore, la teoria alla prassi, la preghiera alla vita, la fede alle opere, Dio al prossimo. E’ sempre nel momento in cui la comunità cristiana si disfa o la fede decade, che la si vede abbandonare il mondo e le sue responsabilità e ricostruire il mito dell’interiorità. Allora il Cristo non è più riconosciuto nella persona del povero, dell’esiliato, del prigioniero”.

Amatevi come io vi ho amati. Gesù ci da l’esempio di un amore radicale per l’uomo.